La spiritualità della gente semplice e la religione ufficiale

Propongo una riflessione sulla spiritualità di ieri e di oggi. Esiste un patrimonio culturale e spirituale della religiosità intima, radicata, profondamente vera, racchiusa nelle tradizioni e preghiere del popolo semplice. È vero che le preghiere dei semplici contengono talvolta anche sentimenti magici ed esprimono atteggiamenti superstiziosi, e che non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di «tappabuchi», come diceva Dietrich Bonhoeffer. Ricordiamo anche la riflessione provocatoria di Padre Ernesto Balducci, che vedeva nel grido di Gesù sulla croce («Mio Dio, perché mi hai abbandonato?») l’evento più «irreligioso» della storia, perché smonta l’immagine religiosa di Dio che salva l’uomo innocente, ma spalanca nuovi orizzonti di «fede» alla scoperta del vero volto di Dio che emerge nella Bibbia.
La gente semplice spesso è oppressa da coloro che detengono il potere di ieri e di oggi, soprattutto attraverso i mass media, e si affida a Dio con la mentalità e con le parole imposte da «pastori» organici alla classe dominante (direbbe Antonio Gramsci), attraverso preghiere sommesse e accorate in un contesto di eroica resistenza quotidiana, fatte di sofferenze, preoccupazioni, paure e instancabile lavoro, ma anche di solidarietà, cura, accoglienza, condivisione e aiuto reciproco.

La preghiera come stile di vita

Gesù invita a «pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1), San Paolo dice «incessantemente» (1Tess 5,17). «La vita è una preghiera continua», sottolinea Origene. Sant'Agostino conferma: «Esiste una preghiera interiore incessante.» La preghiera è un atteggiamento esistenziale, un modo di essere: permea tutta l’esistenza del credente (Salmo 109,4). Il vero credente non è colui che dice più preghiere di altri, ma colui che diventa preghiera (cfr. San Francesco d’Assisi: «Non tam orans, quam oratio factus», Tommaso da Celano, Vita seconda, 95).
La preghiera non può essere scollegata dalla vita: non è mai un atto solitario, anche se si prega in segreto e in solitudine. Per tanti la preghiera è soltanto domanda, supplica, implorazione per ottenere favori o per un intervento prodigioso nel momento del bisogno. Servirsi di Dio come di un «ombrello, paracadute, assicurazione o ufficio di raccomandazioni attraverso l’intercessione dei santi» è limitativo del ruolo di Dio, trasformato in un deus ex machina (cfr. Mt 8,25; 14,30; 6,30; Rom 8,31). Certamente la preghiera e la ritualità religiosa possono talvolta essere rassicuranti, possono assolvere persino a una funzione terapeutica e, in qualche caso, ansiolitica e sedativa. La preghiera non può essere autoreferenziale (cfr. Gc 4,2), ma bisogna pregare con la Chiesa, per la Chiesa e per il mondo. L’amore per il prossimo è la controprova dell’amore per Dio (1Gv 4,20). San Giacomo chiarisce che la fede in Dio è morta se non viene testimoniata dalle opere verso i fratelli (Gc 2,14).

La fede al servizio della vita

La religione e soprattutto la fede devono promuovere la vita, altrimenti sono false. Nel progetto di Gesù la difesa della vita è una priorità assoluta: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?» (Mc 3,4). La vita viene prima della religione. Il Signore ci aiuti a riconoscere la domanda che c’è dietro la religiosità popolare: a volte si tratta di un bisogno di speranza, altre volte di un tentativo di dare un senso alla propria vita e alla storia umana. Siamo sinceramente alla ricerca degli aspetti positivi della religiosità popolare oppure siamo disponibili a «buttare via con l’acqua sporca anche il bambino»? Come aiutare a superare l’attenzione agli aspetti miracolistici, quando sono a scapito dell’essenziale e denotano una disarmante ignoranza dei fondamentali della nostra fede e dei contenuti del catechismo? (cfr. la «veggente» di Trevignano sul lago di Bracciano). Chesterton un secolo fa disse: «Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere a tutto.»


2026-09-02