Le palpebre

by don Aurelio

Nel poema epico indiano ‘Mahābhārata’ leggiamo: ’L’uomo giusto si addolora nel biasimare gli errori altrui, il malvagio invece ne gode’. Un discepolo si era macchiato di una grave colpa. Un altro discepolo sbottò: ’Non si può ignorare ciò che è accaduto; dopo tutto Dio ci ha dato gli occhi’! ‘E’ vero, ma anche le palpebre’, replicò il maestro.
A proposito di occhi, come non ricordare che il miglior commento a questo bell’apologo della spiritualità indiana è proprio nel vangelo? ‘Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?’(Matteo 7,3). Ci sono in tutti gli ambienti, anche nella nostra comunità, questi occhiuti censori del prossimo, implacabili nel denunciare gli errori altrui, sdegnati perché si è troppo corrivi e misericordiosi. Si ergono altezzosi nel loro compito di giudici, attestando che essi vogliono rendere un servizio alla verità e alla giustizia e che il loro sdegno è profondo e amaro, ma sincero.
In realtà, essi si crogiolano nel gusto di sparlare degli altri e si collocano su un piedistallo che spesso è falso e artificioso: la parabola del fariseo e del pubblicano è il miglior ritratto di questi personaggi. Purtroppo si deve confessare che questo sottile e perverso piacere di aprire tutti e due gli occhi sulle colpe del prossimo è una tentazione insopprimibile che lambisce tanti.
L’umanista Baldesar Castiglione afferma giustamente: 'Tutti di natura siamo pronti più a biasimare gli errori che a laudare le cose ben fatte'. Penso che tutti abbiamo incontrato personaggi implacabili nella precisione, insopportabili nella puntualizzazione, noiosi fino allo svenimento. Certamente ai nostri giorni la faciloneria, la superficialità, il pressapochismo sono una evidente caratteristica dei nostri comportamenti quotidiani.
Alla retorica della denuncia, pur legittima, dobbiamo opporre il realismo della volontà e delle scelte personali. E’ una variante dell’accusa evangelica a scribi e farisei ipocriti che ‘dicono e non fanno’ (Matteo 23,3). Asseverare, deprecare, deplorare è tutto sommato facile ed è pure necessario. Ma è palesemente insufficiente per frenare l’onda spesso furiosa del male. Non possiamo però lasciarci trainare dalla corrente convinti che sia la strada più vantaggiosa che ci esime dalla fatica della critica, della verifica e, se necessario, di un impegnativo andare contro corrente.


2025-11-25