Essenzialità e sciatteria
by don Aurelio
Il modo di celebrare
Il modo di celebrare di Papa Francesco non ha lasciato indifferenti: postura sobria all’altare, quasi disadorna.
Per alcuni era un segno di trascuratezza, per altri un ritorno all’essenziale e alla semplicità.
Ha camminato dentro il Mistero come un pellegrino, coi piedi impolverati, il cuore desto, lo sguardo fisso sul Risorto.
Nell’Evangelii gaudium al n. 24 aveva detto chiaramente che la Chiesa evangelizza anche attraverso la bellezza della liturgia, che è “fonte e culmine” della vita cristiana.
La tradizione liturgica senza indietrismi è rendere vivo e ardente il Mistero, senza però custodirne la cenere (cfr. Desiderio Desideravi, n. 6).
I nemici della liturgia sono lo gnosticismo e il neopelagianesimo, senza scambiare la semplicità con la sciatteria, l’essenzialità con una superficialità ignorante, con una mera formalità oppure con una semplificazione vuota.
Ogni credente deve crescere nella comprensione del “senso teologico della liturgia”. Purtroppo oggi, nell’ars celebrandi, c’è un “esasperato personalismo” con “una malcelata mania di protagonismo”, con rigidità austera o creatività esasperata, con misticismo spiritualizzante o funzionalismo pratico, con sbrigatività frettolosa o con lentezza enfatizzata, con sciatta trascuratezza o con sovrabbondante affabilità.
La liturgia non è un contenitore vuoto da riempire con “una simbologia speciale”, non è un’arte da conservare in teche sacre “sotto spirito”, ma un luogo fragile, fatto di parole, gesti e… silenzi, in cui Dio si consegna all’uomo non dall’alto, ma spiritualmente nel cuore dell’uomo.
La liturgia non è un museo di glorie impolverate, ma la soglia viva di un “Incontro” che salva. Si può celebrare male anche con paramenti liturgici perfetti, se manca… l’amore.
La liturgia non è una dottrina da archiviare, non è fatta di formule antiche da ripetere noiosamente, ma un “sapore” spirituale da custodire nel cuore.
La liturgia è come un bacio silenzioso che Dio posa sulle labbra del suo popolo: non ha bisogno di fare rumore, socializzando i riti senza contemplazione. Basta sciatteria con la scusa della sobrietà.
Basta pauperismo, imboccando la china della trascuratezza nel mangiare, nel vestire e… nella liturgia.
Basta pauperismo preteso esclusivamente per la Chiesa povera… mentre personalmente si ostentano tutti i lussi di moda e si giustificano le spese più pazze.
Noi presbiteri siamo sempre meno, però non trascuriamo la fedeltà e l’essenzialità del nostro ministero, evitando di dedicarci a interessi e attività non pastorali, inutili, talvolta dannose, con grande spreco di soldi e di tempo. Liturgicamente camminiamo nella via della bellezza: nella Via pulchritudinis. La liturgia comincia a sgretolarsi, scivolando nella discrezionalità soggettiva, con idee balzane e derive distruttive. Non confondiamo mai la spontaneità con una sciatta esibizione di gesti e comportamenti che sviliscono il Mistero divino. Ne era convinto G. Orwell:
“Poiché i nostri pensieri son fatui, la lingua diventa sgradevole e sciatta, ma la trascuratezza della lingua favorisce a sua volta la tendenza ad avere fatui pensieri.”
Ricordiamo queste parole di Nanni Moretti:
“Chi parla male, pensa male e vive male.” (cfr. Il Sole 24 Ore del 19 maggio 2019)
Parole, gesti e silenzio
I criteri sono tracciati dai libri liturgici e dall’Ordinamento Generale del Messale Romano. La celebrazione dei matrimoni, dei battesimi e persino dei funerali, soprattutto i “campi estivi”, le confessioni “all’aperto”, le “memorie dei battesimi” stile “Hawaii o New Age”, con celebranti sbracati, sciatti e trasandati, sono spesso occasioni per celebrazioni che lasciano perplessi. Nelle liturgie siamo spesso sommersi da parole inutili, amorfe, opache, usurate, vuote e stanche. Diceva D. Bonhoeffer: “La giusta parola nasce dal silenzio, come il giusto silenzio dalla parola.” Si insiste tanto sulla libertà di parola, ma non sempre ci si rende conto che ci manca la libertà di stare in silenzio. Combattiamo il rumore che non vogliamo sentire con altri rumori. Il silenzio ci aiuta a mettere Dio al primo posto nella vita. Non dimentichiamo che “vengo da Dio e torno a Dio”. Tutto il resto è nulla, perché “passa la scena di questo mondo”. Silenzio come ascolto della Parola di Dio, preghiera silenziosa, preghiera del cuore secondo l’accezione del Pellegrino russo. Nel silenzio sono invitato a un dialogo tra me e Dio, fatto di riflessioni, domande, attese, risposte: un dialogo mediato da Maria e dai Santi. La mancanza di silenzio annebbia la nostra coscienza. Fare silenzio è forse il nostro miglior modo di incontrare e tradurre, per la nostra intelligenza e per la nostra fede, il Mistero di Dio. “A volte le preghiere migliori si fanno senza parlare.” (Calvino) Solo Dio può riempire i nostri silenzi. Viviamo in un mondo patologicamente rumoroso ed esiste un panico generalizzato nei confronti del silenzio. Dio parla nel silenzio. Il silenzio precede, prepara, accompagna e segue la preghiera. Appena terminano le celebrazioni in chiesa, inizia un chiasso infernale per la socializzazione fraterna (si dice) che potrebbe essere spostata in auditorium oppure sul sagrato. “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare.” (Qo. 3,7) Il sacro silenzio è parte della celebrazione.
Il grande silenzio di Dio
L’esperienza del silenzio di Dio di fronte ad avvenimenti brutali del mondo di oggi suscita un grido umano: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Salmo 22). Quante comunità ci testimoniano silenziosamente l’essenziale della vita cristiana, immerse in una popolazione a larga maggioranza non credente oppure diversamente credente, senza ostentazioni. Torniamo a rivedere il film Il grande silenzio.
2025-11-13