La sepoltura dei morti: misura dell’umanità di una comunità
by don Aurelio
Riflessione sul significato dei riti funebri e sul valore del lutto nella vita cristiana e civile
La sepoltura dei morti è, da sempre, uno dei criteri con cui si può “misurare” il grado di umanizzazione di una comunità. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a diversi funerali — di Silvio Berlusconi, di Giorgio Napolitano, di Michela Murgia — che ci hanno interrogato sul senso del rito: deficit rituale o vuoto di immaginazione?
Riti antichi e memoria del dolore
La pandemia da Covid-19 ci ha imposto l’impossibilità di celebrare i funerali come eravamo abituati: senza rito religioso e senza l’ultimo saluto di parenti e amici. Nella Grecia antica, due monete venivano poste sugli occhi del defunto per consentirgli di pagare a Caronte il traghettatore dell’oltretomba. In Basilicata, fino agli anni Cinquanta, esisteva la figura delle piagnone, donne pagate per piangere in modo straziante durante i funerali. La nostra parrocchia, come altre comunità, in riferimento alle “due monete”, durante l’esperienza del lutto non chiede tariffe o elemosine. È però vero che ogni rituale funebre riflette il modo in cui la morte e il lutto vengono interpretati culturalmente da una comunità.
La morte come realtà comune e maestra di vita
Tutte le culture riconoscono la tragicità della morte, e l’uomo si distingue dagli altri viventi per il sentimento di pietà verso i propri defunti.
Il funerale è, per chi resta, un momento prezioso per vivere il lutto, affrontare di nuovo la vita e rinsaldare i legami morali e affettivi.
Purtroppo, oggi si muore spesso soli — in ospedale o in casa di riposo — e, se il decesso avviene in casa, si tende ad allontanare i bambini.
La sepoltura è relegata alle periferie delle nostre città, e la stessa parola “morte” viene evitata, come un tempo lo era il tabù del sesso.
Già nel Seicento, Pascal scriveva con lucidità:
“Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci, per rendersi felici”
(Pensieri, n. 168).
Eppure, la morte è fondamentale per comprendere la vita: mors magistra vitae.
Auschwitz, il lockdown della pandemia da Sars-CoV-2 e le guerre ci hanno costretto a guardare nuovamente in faccia il mistero della morte.
Elaborare il dolore, custodire la speranza
Per tutti, e per sempre, è necessario elaborare il dolore e il ricordo delle persone scomparse, superando le fasi del rifiuto, della negazione, della rabbia, della depressione e, infine, dell’accettazione. La fede è un aiuto prezioso per aprirci a un orizzonte di speranza. Umanamente, è conforto tenere vivo il ricordo di chi ci ha lasciato. Di fronte alla scomparsa di una persona cara, reagiamo in modi diversi: alcuni si chiudono nel silenzio e nella solitudine, altri si affidano al prossimo, alla comunità parrocchiale e ai presbiteri per condividere il proprio dolore. Nell’accompagnare chi ha subito un lutto, possiamo essere di aiuto innanzitutto ascoltando, senza giudicare. Non è necessario dare consigli: l’importante è permettere all’altro di esprimere ciò che sente. Umanamente e spiritualmente dobbiamo saper rispettare i tempi del lutto e restare accanto, con discrezione e presenza, a chi soffre.
Un invito a vivere
I funerali ci aiutano ad abbracciare la meraviglia della vita e della morte, ricordandoci che ogni istante della nostra esistenza è prezioso, proprio perché unico e irripetibile. Nel saluto ai nostri cari, impariamo che la morte non è solo la fine, ma il richiamo più profondo al valore della vita e della comunione.
2025-11-07