Sopportare pazientemente le persone moleste

Sopportare pazientemente le persone moleste: soprattutto i cafoni e i rosiconi. Nel libro dell’Esodo il popolo risulta davvero insopportabile: prima piange perché è schiavo in Egitto e Dio lo libera; poi nel deserto si lamenta perché non c’è da mangiare (16,3) e Dio manda le quaglie e la manna (16,13), ma nonostante questo le lamentele non cessano. Forse anche Mosè, mediatore tra Dio e il popolo, qualche volta sarà risultato molesto per il Signore. Chiediamoci: noi risultiamo molesti agli altri?
Quante persone incontriamo superficiali, effimere e banali. Non richiedono soltanto un esercizio di pazienza, ma una vera e propria strategia di sopravvivenza psicologica. La mia esperienza ottuagenaria propone questo schema sintetico:

Tipologia Caratteristica Strategia consigliata
Il logorroico Non lascia spazio al silenzio Fissa un limite: "Ho solo 5 minuti"
Il lamentatore Vede solo il negativo Non offre soluzioni destinate al rifiuto
L'inquisitore Fa domande troppo personali "Perché vuoi saperlo?"
Il "so tutto io" Corregge e pontifica Sorride

Quante persone moleste ho incontrato durante questi 50 anni di progettazione, realizzazione e gestione del nuovo complesso parrocchiale… Il libro dell’Esodo è stato la mia guida e il mio conforto.
Gesù nel Vangelo ha incontrato Bartimeo (Mc 10,46), sgridato per farlo tacere; l’emorroissa (Mc 5,25), con il suo comportamento socialmente inaccettabile; un genitore del ragazzo epilettico (Mc 9,14), che si lamenta con i discepoli incapaci di scacciare lo spirito muto… Dice S. Paolo: “Perdonatevi, se qualcuno avesse da lamentarsi nei riguardi di un altro” (Col 3,13). S. Bernardo diceva che, se in una comunità non ci fosse qualche persona fastidiosa da sopportare, bisognerebbe andare a cercarla e pagarla anche a peso d’oro.
“Sopportare pazientemente” non è un’opera di misericordia “passiva”, ma indica sforzo, resistenza, controllo, speranza che le cose cambino… Spesso le persone risultano moleste perché risvegliano in noi qualcosa di “molesto” che ci abita e che in qualche modo avevamo rimosso e dimenticato: il riflesso di una nostra vulnerabilità. Rubano la nostra energia psichica, costringendoci a focalizzarci sulle molestie invece che sui nostri obiettivi.
Ci sono due personaggi che mi sono personalmente molto molesti: i cafoni e i rosiconi.

Il “cafone” dentro e fuori la Chiesa

Dietro alla parola “cafone” non c’è soltanto una persona maleducata. Nell’Italia meridionale indica i contadini, senza intenzione spregiativa, ma oggi comunemente è usato per significare una persona rozza e grossolana. “Cafone” proviene da “chilli c’a fune”: due secoli fa venivano chiamati così i contadini che, scendendo dalle colline per vendere i prodotti nei mercati cittadini, portavano funi per legare gli animali che avrebbero comprato. Inoltre i contadini, per non perdersi e smarrirsi in città a causa della confusione dei mercati, si legavano tra loro per non perdersi e per questo erano detti “chilli c’a fune”.
Alcuni lo collegano al termine latino “cabo”, che indicava un cavallo castrato, dunque un animale lento e rozzo. Forse deriva anche dal greco “kakophonè”, per indicare chi parla in modo sguaiato. Ignazio Silone, in Fontamara (1933), descrive i contadini della Marsica non come maleducati, ma come esseri sfruttati e rassegnati: “poi vengono i cafoni, in condizione esistenziale di povertà e isolamento”. Oggi i cafoni indicano persone rozze, poco rispettose, incapaci di vivere relazioni autentiche e delicate, che ignorano le regole basilari del vivere civile e, come “nuovi arricchiti”, ostentano uno status che non possiedono.
Trasportato nel contesto ecclesiale, questo atteggiamento può manifestarsi in diversi modi: rigidità nei giudizi, mancanza di ascolto, atteggiamenti autoritari e superficialità nel vivere la fede. Il cafone nella Chiesa non è necessariamente chi ha poca cultura, ma chi manca di carità e di sensibilità verso gli altri. Cafone, in una comunità, è colui che usa la religione come strumento di potere, che giudica senza misericordia o che si ritiene moralmente superiore agli altri. Manca di misura e di delicatezza, è protagonista di una religiosità muscolare, rumorosa, che confonde la testimonianza con l’occupazione degli spazi ecclesiali. Si sente “padrone di casa”… sposta i fiori con sgarbo perché oggi si fa così oppure perché si è sempre fatto così; usa la liturgia come un palcoscenico per il proprio ego invece che come un servizio… Si impone a voce alta mentre gli altri pregano, canta e parla come un istrione per strappare l’applauso… Si ritiene pilastro della comunità e non si accorge che la sua ruvidezza allontana chi cerca in chiesa un rifugio di dolcezza spirituale e di silenzio religioso…


2026-07-13