Stiamo bene anche senza credere in Dio? Siamo apateisti?
Oggi si scrive sempre di più e si legge sempre di meno, anche su argomenti religiosi e di fede. Siamo di fronte a una crisi che riguarda la teologia oppure anche la plausibilità della religione e la credibilità della Chiesa? Sembra che le fondamenta della nostra società, tradizionalmente basate sulla fede, siano in fase di erosione.
L'apateismo: la malattia dell'indifferenza
È inquietante oggi l’indifferenza religiosa e il disinteresse che Jan Loffeld chiama ‘apateismo’: cioè l’indifferenza religiosa totale verso Dio, perché è ritenuta una questione irrilevante per la vita umana. È una fusione di ‘apatia’ e di ‘ateismo’ programmatico, per cui non si cerca di dimostrare l’assenza di Dio, in quanto questo dibattito religioso è ritenuto inutile. L’apateismo è la malattia del nostro tempo (Card. Ravasi). L’intelligenza può averla anche un criminale. Invece la sapienza consiste nell’avere gusto e sapore di una vita come ricerca (Platone in Apologia di Socrate). Ha scritto Julien Green nel suo ‘Journal’: ‘Finché si è inquieti, si può stare tranquilli’. È l’inquietudine di S. Agostino… Non significa essere agitati, frenetici, irrequieti, ma incamminati serenamente lungo una strada verso Dio. È un ateismo semplicistico che non ha il coraggio di affrontare temi complessi in un contesto di soggettivismo dominante. Il nostro io frammentato è legato al primato delle emozioni, al narcisismo, all’autoreferenzialità. Il selfie e le cuffie auricolari sono un simbolo, insieme al bullismo e alla violenza verbale.
L’apateismo è un atteggiamento esistenziale caratterizzato dall’indifferenza nei confronti dell’esistenza o inesistenza di Dio. A differenza dell’ateismo che nega l’esistenza di Dio, e dell’agnosticismo che sospende il giudizio, ritenendo la questione inconoscibile, l’apateismo si distingue per il disinteresse, in quanto la religione ha perduto centralità: né credenti né non credenti.
La domanda ‘Dio esiste?’ non suscita interesse né coinvolgimento, non ha importanza pratica. L’attenzione è rivolta ai problemi concreti della vita, senza scontro ideologico in un contesto di neutralità pratica. Un apateista può partecipare a riti religiosi per motivi culturali o sociali, senza cercare un significato spirituale.
Si può criticare l’apateista per superficialità e perché evita domande fondamentali sul senso della vita: in esso vede una forma di libertà senza dibattiti sterili. Non è un atteggiamento teorico, ma pratico, in quanto l’indifferenza è ritenuta una forma di equilibrio. Il termine apateista è relativamente moderno, ma l’atteggiamento è più antico: scegliere di ignorare la domanda su Dio, sia in senso positivo che negativo.
La dittatura del provvisorio e la crisi della fede
Il filosofo francese Paul Ricoeur ha scritto: ‘Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’anoressia dei fini’. La tecnocrazia ha il predominio sulla scienza. Nel rapporto tra eros e amore tutto si sta riducendo tendenzialmente alla sessualità. L’ateismo autentico alla ‘Nietzsche’ non esiste più.
Oggi siamo di fronte a un ateismo ‘fru-fru’ in una nebbia costante. Nella Evangelii Gaudium al n. 62 si legge: ‘Nella cultura dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio’. Il reale cede il posto all’evidenza.
La secolarizzazione ha ridotto la fede e la Chiesa in un ambito privato, cioè chiuse nella prigione dell’intimismo, negando ogni trascendenza, in un contesto di relativismo che disorienta le nuove generazioni. Dobbiamo stare attenti alla tentazione costantiniana che ci fa credere che la maggioranza numerica e il potere ci garantiscano la trasformazione della società. Se Dio non cavalca più la sua ovvietà sociale, siamo certamente aiutati a liberare la nostra esperienza della fede da false certezze, senza fingere che tutto si fondi su un bisogno religioso latente. Abbandoniamo l’opportunismo e torniamo ad essere seri.
La fede cristiana sta vivendo una delle fasi più critiche della sua storia. Papa Francesco parlava della rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana (Evangelii gaudium n. 70). Fin dal 1979 S. Giovanni Paolo II invocò l’urgente avvio di una ‘nuova evangelizzazione’. Siamo di fronte non solo all’ateismo, ma a una incomprensione radicale del senso stesso della fede.
Tra il Calvario e il Tabor: la ricerca del senso
Oggi siamo più attenti a tutto ciò che custodisce il gusto e le carezze e si apprezza di più la luce, la pace, la consolazione e la serenità anticipate sul Tabor. Purtroppo esistono molti ‘calvari contemporanei’ che attualizzano la morte del Crocifisso nei tanti crocifissi del nostro tempo, che non possono essere consegnati alla disperazione umana. Occorre percorrere il cammino tra il Calvario e il Tabor con fede.
In queste riflessioni non vi nascondo il rischio di ‘guardare il dito invece che la luna’. Martin Buber molto tempo fa parlava di ‘eclissi di Dio’, Nietzsche ‘della morte di Dio’. Henri de Lubac denunciava che tristemente abbiamo perso ‘il gusto di Dio’ e Metz sottolineava che tutte le crisi nascono dalla ‘crisi di Dio’. I ‘ricomincianti’, persone che hanno abbandonato fede e pratica religiosa, ora si riaffacciano sulle soglie del credere attraverso percorsi personali o comunitari.
Esplorare questo nuovo paesaggio, senza ingiustificati entusiasmi, è il compito della Chiesa oggi, proprio in un contesto della scomparsa di Dio e di chi ritorna a cercare Dio. I Carmi del ‘Servo’ di Isaia, l’oracolo dell’uomo che non ha più ‘bellezza e apparire umano’, con la mente ci fanno andare sul fronte dell'Ucraina, della Palestina, del Libano, dell'Iran… Abbiamo abbandonato Dio e abbiamo smarrito il senso della vita e della storia umana. Siamo davvero felici? Questo racconto deve essere ascoltato per generare cultura e futuro.
Si può essere felici senza credere in Dio? È una domanda antica e profondamente attuale. La fede in Dio per tanti rappresenta una fonte importante di consolazione, speranza e orientamento morale. Credere in una realtà trascendente può offrire risposte alle grandi domande dell’esistenza e della storia umana e aiutare ad affrontare il mistero del dolore e della morte.
Questo non significa che la felicità sia possibile solo attraverso la fede religiosa. La vera domanda non è tanto se si possa essere felici senza credere in Dio… La felicità sembra nascere più dalla qualità delle nostre relazioni, dalla capacità di dare valore alla vita e dalla consapevolezza di Chi (Dio) può renderci umanamente autentici.
2026-06-22