Potenza e debolezza delle parole

by don Aurelio

Nell’antichità era diffusa l’arte della persuasione mediante il linguaggio e veniva dimostrato che ad ogni affermazione vera se ne può opporre una contraria, ma vera quanto la prima. I sofisti consideravano la parola come uno strumento di dominio sulla gente. Culturalmente e moralmente tutto era relativo e non era possibile definire ciò che è bene e ciò che è male. Risale a quell’epoca l’atteggiamento agnostico di chi non prende posizione né a favore né contro: in assenza di fondamenti certi, non resta che il potere del linguaggio, non il più vero, ma il più convincente.
Oggi viviamo in una "società liquida" (Zygmunt Bauman), in cui i parametri di giudizio non sono stabili. La confusione caratterizza la realtà, il pensiero e anche il linguaggio. La nostra è l’epoca del relativismo; non sempre la virtù deriva dal sapere (gnosticismo). Oggi siamo oppressi da una società "eristica" (da eris = lite), ossia dall’arte di vincere nelle discussioni confutando le affermazioni dell’avversario, paradossalmente persino senza ascoltare tutto il ragionamento, senza riguardo per la loro intrinseca verità o falsità concettuale.

La Parola creatrice e la forza nella debolezza

È vero, non c’è nulla di più leggero della parola (flatus vocis). Soltanto la Parola di Dio è smisuratamente potente. Gesù "tutto sostiene con la potenza della sua Parola" (cfr. Eb 1,3). Dio ha creato il mondo con la sua Parola: "Dio disse e tutto fu fatto" (cfr. Genesi e Salmo 33,6). È la potenza della Parola-soffio: dabar e ruah in ebraico. Lo Spirito senza la Parola (Verbo e Logos) è muto; la Parola senza lo Spirito è morta. Come scrive Massimo Recalcati ne La legge della parola: "La potenza dell’atto divino della creazione coincide con quella della Parola di Dio".
Rileggiamo il brano di San Paolo: "Quando sono debole è allora che sono forte" (cfr. 2 Cor 12,10). La potenza del Signore si esprime pienamente nella debolezza e la potenza di Cristo mette la sua tenda (la shekinah) là dove trova la debolezza dell’uomo. Questo messaggio può sembrare follia (cfr. 1 Cor 1,18). A San Paolo non interessava dare sfoggio di se stesso, eppure aveva frequentato la scuola di retorica come principale materia di studio nell’ordinamento scolastico del primo secolo dopo Cristo; era cresciuto ai piedi di Gamaliele e quindi non difettava certo di una eccellenza di parola.
Anche Mosè ammise di non essere un oratore (cfr. Es 4,10). Salomone riconobbe di non sapere come comportarsi (cfr. 1 Re 3,7). Isaia dichiara di essere un uomo dalle labbra impure (cfr. Is 6,5) e Geremia ammise di non saper parlare (cfr. Ger 1,6). Confessiamolo con onestà: la potenza, la forza, l’arroganza e la violenza nel mondo di oggi hanno successo e per noi diventa arduo scorgere nella debolezza una possibile beatitudine. Eppure, restano vive le parole dell'Apostolo: "Anche io quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimoniananza di Dio con sublimità di parola e di sapienza" (cfr. 1 Cor 2,1).


2026-01-17