'Lasciar fare' di M.Robbins, 'I Care' di don Milani e sinodalità

by don Aurelio

In questi giorni ho potuto dedicarmi alla lettura di una scrittrice americana, Mel Robbins, e del suo invito al "lasciar fare" (Let Them). Questa prospettiva si traduce in una fiducia nella capacità delle persone di autoregolarsi attraverso interazioni spontanee e libere, senza l’oppressione dell'iper-controllo. Il suo non è un invito alla passività o all'acriticità, ma uno stimolo a smettere di rimandare e a permettere alle cose di accadere attraverso l’azione immediata, senza paure o giustificazioni. Per questo propone strumenti come la "regola dei 5 secondi": agire subito, senza dare tempo alla mente di paralizzare ogni decisione.
"Lasciar fare" significa accettare che non tutto può essere controllato e che la crescita nasce dall’azione concreta, anche se imperfetta. È un atteggiamento che libera dall’ansia di pianificare ogni dettaglio e spinge a responsabilizzarsi: non aspettare le condizioni ideali, ma iniziare; non tendere al perfezionismo, ma muoversi per creare opportunità. È una tensione verso la libertà dalle opinioni e dai giudizi altrui, per costruire una vita in cui al primo posto ci siano i propri sogni. Non controllare gli altri: lasciando che gli altri vivano la propria vita, si riesce finalmente a vivere la propria.
La mia valutazione critica di questo approccio è talmente evidente che non avrebbe bisogno di essere dimostrata razionalmente. Tuttavia, poiché questa mentalità è molto presente nella vita di tante persone — e persino nella Chiesa oggi — propongo una riflessione di contrasto su "I Care" e sulla sinodalità.

L'etica della responsabilità e il bene comune

Don Lorenzo Milani, con il suo celebre "I Care", propone un’etica della responsabilità sociale e comunitaria che è l’esatto opposto dell’indifferenza. È l’assunzione di un impegno verso gli altri, soprattutto i più fragili, facendosi carico del loro destino, educando e lottando contro l’ingiustizia. Se per la Robbins il "lasciar fare" è un invito a fidarsi dell'azione individuale senza preoccuparsi troppo degli altri, per don Milani è un invito a non lasciare che le cose vadano da sé, ma a intervenire con coscienza.
La libertà non è solo personale, ma comunitaria: non basta agire per sé, bisogna agire con gli altri. Mentre la Robbins ci sprona a superare l’inerzia individuale, don Milani sottolinea l’aspetto etico dei nostri comportamenti. Il "lasciar fare" può essere un primo passo per liberarsi dai blocchi interiori, ma l'"I Care" ci indica la direzione: prendersi cura per costruire solidarietà. Come scriveva don Lorenzo in 'Lettera a una professoressa': "Sortirne tutti insieme è la vera politica".
Questi due concetti ci rimandano alla Dottrina Sociale della Chiesa, che mette al centro la persona, il bene comune e la giustizia. Certamente occorre superare il "me ne frego" di memoria fascista, che esalta l’indifferenza verso il dolore altrui. Se il "lasciar fare" privilegia l’individuo, l'"I Care" privilegia la responsabilità condivisa. Una società giusta ha bisogno di entrambi: della creatività del singolo e della solidarietà del corpo sociale. Il principio della sussidiarietà condivide, in parte, l’idea di non delegare tutto allo Stato, tuttavia il mercato e la libertà economica non possono generare disuguaglianze inaccettabili o l’esclusione dei più deboli.

La sinodalità tra rinnovamento e resistenza

Mentre approfondivo questi temi, è stato diffuso il documento di sintesi del Cammino sinodale italiano, "Lievito di pace e di speranza", frutto di un percorso travagliato. Di fronte alla conflittualità e al pluralismo della Chiesa italiana, non sono pochi quelli che sembrano aver scelto il "lasciar fare" della Robbins. Tuttavia, il Concilio Vaticano II non ci permette di tornare a una Chiesa preconciliare. Il mio ministero presbiterale coincide con il post-Concilio e posso affermare che il rinnovamento ecclesiale è un punto di non ritorno (si veda L. Diotallevi, La Chiesa si è rotta, 2025). Siamo di fronte a questioni aperte e decisive.
Il futuro della sinodalità è un’attività complessa. Occorre il coraggio di pensare nella e per la Chiesa, senza temere il pensiero critico. Auspichiamo voci coraggiose di credenti, ma ci affidiamo anche a coloro che hanno il potere decisionale. La loro responsabilità è grande: rischiano la credibilità, ricordando che "chi pone mano all’aratro e poi si volta indietro non è adatto per il regno di Dio". Il centralismo gerarchico può portare alla passività dei laici e alla lentezza decisionale, rallentando la risposta della Chiesa ai cambiamenti della società. Non si tratta di ripudiare la Tradizione, ma di cercare nuove strade per l’annuncio del Vangelo (Evangelii Gaudium 46-47), evitando la chiusura nel "si è sempre fatto così".
Tra dimensione gerarchica e carismatica dobbiamo superare l'autoconservazione e la nostalgia del "gigantismo" burocratico. A volte, a livello gerarchico, emerge un "lasciar fare" simile a quello della Robbins non per fiducia, ma per incapacità di gestire il rinnovamento, col rischio di un rigurgito conservatore. Come avviene in politica dopo la fine delle ideologie, rischia di rimanere solo la gestione del potere: una gara al carrierismo ecclesiastico che svuota l’impegno pastorale.

Per una nuova armonia ecclesiale

Non si tratta di sostituire un potere con un altro, ma di far sorgere nuove esperienze e un nuovo clima di vivere la fede. La realtà odierna è diversificata e complessa; le mie riflessioni non mirano a un modello socio-ecclesiale uniforme, ma guardano a una molteplicità di situazioni pastorali.
In questa complessità, ho tentato un'interpretazione mettendo in rapporto il "lasciar fare", l' "I Care" e la fragile tensione verso la sinodalità della Chiesa italiana. Per un attimo mi sono sentito come un direttore d’orchestra che tenta di armonizzare strumenti musicali diversi. Se in epoca medievale si dirigeva con la chironomia (i gesti della mano) o col bastone battuto a terra per indicare la pulsazione, oggi si usa la bacchetta e una varietà di stili espressivi. Attraverso questi "metamessaggi", spero di essere riuscito a strutturare armoniosamente un suono d'insieme.


2026-01-13