Una nuova catechesi per la cristianità di oggi

by don Aurelio

Un cambiamento di paradigma

In un contesto di "cambiamento d’epoca", non si tratta di aggiornare metodi o sussidi, ma di ripensare il paradigma pastorale nel suo complesso, ponendo l’attenzione sull'educazione alla fede e sull’incontro vivo con Cristo (cfr. Direttorio per la catechesi, 2020). La catechesi non può più essere un’imposizione dall’esterno, ma deve partire dall’esperienza di vita di ogni ragazzo e ragazza e dalle domande attuali e reali della nostra comunità. L’educabilità della fede deve superare l’approccio puramente "scolastico" per privilegiare una pedagogia simbolica e narrativa, legata alla Bibbia e alla liturgia. Possiamo educare le nuove generazioni più per conversione e per convinzione che per abitudine, tradizione o obbligo.

Nuovi linguaggi per una cultura digitale

Non dimentichiamo che i giovani di oggi sono immersi in una cultura digitale che modifica le modalità cognitive, volitive e affettive. L’iperconnessione e la prevalenza di contenuti visuali e interattivi sfidano la catechesi tradizionale nel catturare l’attenzione e arrivare al cuore dei ragazzi. Ciò richiede lo sviluppo di nuovi linguaggi e l’uso meditato dei new media, evitando sia il rifiuto pregiudiziale sia la sperimentazione acritica.
I catechisti devono essere formati non come "insegnanti di dottrina", ma come leader spirituali, servitori empatici e accompagnatori capaci di creare un ambiente accogliente ed evangelizzante. Questo accompagnamento psico-socio-ecclesiale richiede competenze relazionali per sostenere ragazzi e famiglie nei momenti di dubbio, promuovendo una fede autentica senza ripetere acriticamente il passato, ma inventando creativamente e profeticamente il "domani di Dio".

Oltre la cristianità diffusa: il Kerigma

La fede cristiana non è più un dato scontato o universalmente conosciuto, e viene spesso percepita come irrilevante o in competizione con la libertà individuale: non viviamo più in un contesto di cristianità diffusa. La catechesi deve pertanto assumere una prospettiva di primo annuncio (Kerigma) e di nuova evangelizzazione, proponendo la fede come una realtà radicale e gioiosa, e non come semplice approfondimento di nozioni già acquisite.
La famiglia, pur restando il primo soggetto dell’educazione alla fede, vive oggi profonde crisi e frammentazioni. È urgente coinvolgerla attivamente come protagonista nell'iniziazione cristiana, valorizzando il "magistero della vita" e trasformando la casa in un luogo privilegiato di catechesi. Ricordo che fin dagli anni ’70, quando la nostra giovane parrocchia muoveva i primi passi senza strutture, le catechiste organizzavano gli incontri proprio nelle case delle famiglie. La dimensione familiare e comunitaria non è riducibile alla sola socializzazione: i ragazzi vengono volentieri "al catechismo" perché giocano insieme con gioia; in fondo, il Vangelo non è forse un "lieto annunzio"?

Verso una comunità generativa

In una società secolarizzata, la catechesi comunica la fede in termini di desiderabilità, non di obbligo, secondo una mistica del vivere insieme in un orizzonte di sinodalità (cfr. Evangelii gaudium n. 87). Non si può rinnovare la catechesi senza rinnovare la comunità ecclesiale, che deve diventare un "grembo fecondo". È urgente superare la visione puerocentrica e sacramentale: non sono condivisibili i "saldi catechistici" per una sacramentalizzazione selvaggia. L’iniziazione cristiana deve essere un percorso organico e differenziato, non solo per fasce d’età, ma in base alla situazione della fede (primo annuncio, iniziazione e mistagogia). I sacramenti sono tappe, non mete finali (la Cresima è diventata troppo spesso il "sacramento del capolinea").

La metamorfosi del credere

Oggi molti giovani non trovano risposte credibili nella Chiesa e se ne vanno. Hanno sete di spiritualità e non si accontentano della testimonianza di una cristianità senile. La trasmissione della fede avviene oggi per "osmosi" e i sacramenti devono tornare a essere una scelta di convinzione. Siamo passati dal dovere (i comandamenti) all’impegno personale proposto dal Concilio Vaticano II.
I metamessaggi sono più forti del messaggio: sospendiamo ogni giudizio morale, perché in ogni situazione dobbiamo fare i passi possibili verso il bene. Proponiamo l’idealità delle Beatitudini, ma senza pretendere di essere subito in cima alla vetta: la perfezione è il punto di arrivo, non di partenza.
Per parlare di Cristo, dobbiamo prima incontrarLo noi personalmente: non "recitiamo" la catechesi, ma narriamo Gesù attraverso la nostra vita. La fede nasce da comunità narrative: meno dottrina e moralismo, più intreccio tra la storia di Gesù e la nostra storia personale. Come diceva San Girolamo: "Ignorare la Sacra Scrittura sarebbe ignorare Cristo". Il Kerigma, in fondo, è l’intreccio di tre storie: quella di Gesù, quella di chi ascolta e quella di chi evangelizza.


2026-01-05