Intellettuali nella società e nella Chiesa: tra pensiero e fede
(Lettura continuativa n. 1)
by don Aurelio
Il ministero tra azione e riflessione
Al termine ormai del mio ministero pastorale, con sincerità e umiltà mi chiedo: sono primariamente un credente che pensa oppure un funzionario del sacro? Non credo si tratti di una dicotomia netta, ma piuttosto di un’interazione complessa di carismi e ministeri. La celebrazione dell’Eucarestia, l’amministrazione dei sacramenti, la predicazione della Parola di Dio e la guida spirituale non derivano da una superiorità intellettuale, ma in modo performativo — attraverso parole e gesti liturgici — rendono efficaci i segni della salvezza.
Ho cercato, tuttavia, di confrontarmi con le sfide etiche, sociali, scientifiche e culturali con capacità critica e apertura mentale alle diverse visioni del mondo e della Chiesa. Da quando sono in pensione, sono aumentate le persone che mi chiedono il servizio della direzione spirituale per cercare insieme risposte alla luce della fede e per illuminare la coscienza con orientamenti morali condivisi. Il "pensare" per me non è un esercizio astratto, ma un processo che alimenta la vita spirituale, per una comprensione più profonda di Dio e di se stessi. Pensare e agire pastoralmente al servizio di Dio e della Chiesa sono due dimensioni che non solo non si escludono, ma si completano e si arricchiscono reciprocamente.
La metamorfosi del ruolo intellettuale nell'era digitale
Come presbitero ho sempre cercato di armonizzare il pensiero con l’azione, la riflessione con la celebrazione, la teologia con la pastorale: un ponte tra Dio e l’uomo, con sapienza del cuore e chiarezza della mente. Ho lottato di fronte alla tentazione di sentirmi custode del sapere, interprete della realtà o moralizzatore della società. In passato, i veri intellettuali erano un punto di riferimento per l’etica e per la politica. Dopo la secolarizzazione e con l’avvento dei mass-media e del digitale, la specializzazione del sapere è passata dalle università alle piattaforme digitali e oggi si tende a valorizzare ciò che è immediatamente utile e applicabile.
Le nuove autorità del ruolo intellettuale sono diventate gli scienziati, i medici, i climatologi o gli esperti di intelligenza artificiale, i giornalisti, gli artisti e i leader sociali. In questo scenario, la filosofia rimane essenziale per interrogare le fondamenta del sapere scientifico, mentre i teologi restano i custodi del senso e dell’etica. Intellettuali e profeti non si limitano a descrivere la realtà, ma la interpretano, denunciando le devianze e aprendo orizzonti di giustizia e di redenzione. Entrambi non si conformano alle ideologie dominanti; spesso isolati e perseguitati, le analizzano criticamente, smascherandone i meccanismi di potere e svolgendo una funzione di risveglio per scuotere le coscienze dall’apatia.
Il ritorno ai "chierici" e la ricerca della verità
L’intellettuale si fa portavoce di una "verità profana" attraverso l’analisi razionale e disvela "la sacralità dell’umano". In questo senso, gli intellettuali sono i chierici di oggi. Se nel Medioevo i chierici detenevano il monopolio della cultura, con l’Illuminismo tale monopolio si è frammentato e l’intellettuale è rimasto un profeta laico che conserva spesso un’aura di sacralità.
Anche oggi restano indubbiamente delle "coscienze critiche" che si pongono al di sopra delle logiche di potere per illuminare il cammino della storia umana e della Chiesa. Entrambi i ruoli ricoprono una funzione di legittimazione socio-ecclesiale fondamentale. A tal proposito, consiglio vivamente la lettura di due testi per me fondamentali: Il tradimento dei chierici di Julien Benda (1927), un libro profetico contro il nazionalismo e il razzismo, e il saggio di Max Weber La scienza come vocazione (1917). La ricerca disinteressata, razionale e biblicamente profetica è sempre stata il mio sogno, la mia passione e il mio impegno.
2025-12-28