La confessione, questa sconosciuta…
by don Aurelio
Le origini e il rigore dei primi secoli
Intorno alla metà del III secolo, Erma, fratello del Papa Pio I (140 – 154), per la prima volta formula il principio della non reiterabilità della confessione: chi si è macchiato di una colpa grave dopo il battesimo (omicidio, adulterio, ecc.) ha un’unica possibilità di ricorrere alla penitenza. Questo principio fu definitivamente sancito da Tertulliano nel II secolo: "La penitenza è la seconda tavola di salvezza dopo il battesimo". S. Ambrogio scrive "De Poenitentia" in due libri e S. Agostino, professore di Retorica, si fa battezzare nel 387 e scrive "Le Confessioni" per raccontare i suoi smarrimenti dinanzi a Dio. Fino al secolo VII si assiste a una disaffezione dalla penitenza, a causa dell’irrepetibilità e della gravosità degli impegni del penitente, che spesso viene differita in punto di morte.
La svolta del Medioevo e i manuali
S. Colombano nel 614 fonda il monastero di Bobbio e fino al sec. VIII propone la ripetibilità della confessione al posto della unicità, la segretezza al posto della dimensione pubblica, la liberazione dagli oneri e impegni del penitente (es. digiuni). A causa del modesto livello culturale del clero appaiono i "manuali per la confessione". Nel secolo XIII sorgerà il tribunale della Penitenzieria apostolica.
Il Concilio di Trento e l'età moderna
Lutero nel 1520 promulga le sue 95 tesi. In polemica con i riformatori il concilio di Trento (1545 – 1563), sulla base di Gv. 20, afferma che la Penitenza è un sacramento istituito da Cristo (cfr. DS 1701- 1710). La struttura del confessionale è stata pensata nel 1542 e il cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, la diffuse in tutta la cristianità. I Gesuiti approfondirono i contenuti teologici e il rapporto tra confessore e penitente. S. Francesco Saverio in una lettera del 1540 suggerisce ai confessori di rivelare per primi le proprie mancanze ai penitenti pur di suscitare in essi fiducia e libertà dal timore del giudizio. Due secoli dopo il napoletano Alfonso de' Liguori parla dei doveri di "padre" nella sua "Guida del confessore" del 1764. S. Giovanni Bosco nel XIX invita ad accogliere il penitente con amorevolezza, secondo il "metodo preventivo", non tanto secondo il giudizio tribunalizio proposto dal concilio di Trento.
Riflessioni teologiche e pastorali oggi
Gesù ha affidato alla chiesa la sua stessa missione e ha lasciato ad essa di scegliere i gesti essenziali e i riti sacramentali che nei secoli hanno avuto forme diverse (cfr. Gv. 20, 21). Vorrei ricordare che, purché vi sia sinceramente l’autentico pentimento, anche l’atto penitenziale nella messa (Confesso, Kyrie eleison, Agnus Dei), sebbene non possa essere equiparato al sacramento della penitenza, in base alle disposizioni del singolo, concede il perdono dei peccati veniali e permette di accostarsi alla mensa eucaristica. Il sacramento della Riconciliazione è necessario subito ed esclusivamente nel caso di peccati mortali: non è obbligatorio nel caso dei peccati veniali per fare la s. Comunione. Negli Atti degli apostoli (cfr. 2, 14) il Battesimo è presentato per il perdono dei peccati, anche nel Credo Niceno. Erma fin dal 140 d.C., scrittore laico, parla di un rito penitenziale per gravi peccati commessi dopo il battesimo. Non c’è dubbio che la celebrazione del perdono divino attraverso la chiesa possa evolvere ulteriormente secondo le esigenze pastorali di oggi e nella fedeltà alla inviolabilità del sigillo della confessione e ai contenuti essenziali dei Vangeli e della Tradizione cattolica (cfr. il Catechismo della Chiesa Cattolica: Parte seconda, La celebrazione del Mistero cristiano; Sezione seconda, I sette sacramenti; Capitolo secondo, I sacramenti di Guarigione; Articolo 4, dal n. 1422 al n. 1498).
2026-04-19