
Tutti utili, nessuno necessario
by don Aurelio
Il numero dei preti che si ammalano, invecchiano e muoiono supera di gran lunga quello dei giovani che entrano in seminario.
Oggi si vive l’attuale abbondanza di preti anziani più come emergenza che come un ‘bene ‘. Eppure potrebbero diventare un ‘dono’ anche se oggi non li sentiamo tali.
Il prete in un certo senso non può mai andare in pensione, neppure se è emerito.
E’ tutta la comunità che è coinvolta nella cura del proprio ‘ vecchio prete’.
A maggio 2019 erano presenti in Italia 32.036 sacerdoti diocesani,mentre 30 anni or sono nel 1990 erano 38.000 circa con la riduzione del 16%. I preti con meno di 40 anni erano nel 1990 il 14 % e nel 2019 il 10%. Oggi un terzo del clero ha più di 70 anni e un quinto ha più di 80 anni.
La vecchiaia non è e non deve essere una ‘colpa’.
Tutti gli anziani ‘muoiono’ quando viene a mancare ‘la speranza’ di essere ancora ‘qualcuno’ e di non essere inutili.
La vecchiaia del prete fa problema oggi perché è ‘spia’ del modo con cui è stato tra la gente e del suo personale rapporto con Dio.
Personalmente vorrei tenere lontano ‘il complesso dello yogurt’: avere cioè la scadenza scritta sulla fronte.
Nel tempo si impara a ‘fare meno ,per fare meglio, per fare insieme’.
Un parroco che non ha più la responsabilità di una comunità, può guardare al passato con gratitudine per il molto vissuto,l e esperienze fatte, gli incontri e le relazioni costruite, l’amore ricevuto e trasmesso in una vita donata totalmente al Signore nel servizio alla sua chiesa.
Un parroco emerito è il detentore di una memoria grata per testimoniare il centuplo ricevuto nella sua vita totalmente donata.
La figura dell’anziano Simeone nel tempio, in attesa del Signore, è l’icona biblica che accompagna il ‘parroco emerito’, dilatando uno spazio di silenzio e di solitudine, non più temuto, ma amato per vivere con cuore riconciliato vecchie e false illusioni e idoli ingannatori.
Ora è il tempo favorevole per rimanere faccia a faccia con se stessi e con il volto di Dio.
E’ possibile ora diventare un prete non frettoloso che sa ascoltare,
sempre disponibile, non ‘di corsa’ con l’orologio in mano e con l’orecchio incollato al cellulare, per adempiere ai molteplici impegni.
Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci ascolti con benevolenza, senza giudizi, che raccolga le nostre ‘vite disperse e sofferenti’ pronto a offrire una parola semplice, non imparata a memoria sui libri, ma nata dall’esperienza.
Per camminare verso il futuro serve il passato, servono radici profonde,
che aiutano a vivere il presente e le sue sfide.
Serve memoria, serve coraggio, serve pazienza. Un cuore totalmente disponibile a immagine del Cuore di Dio, umanissimo, capace di tenerezza, di forza, di parole e di silenzio.
L’umiltà e la saggezza che ci portano a interrompere il ciclo normale del lavoro, il coraggio ad iniziare il pensionamento, nascono da una riflessione sulla verità delle cose e da un intellettualmente onesto esercizio di consapevolezza, che riguarda :
- La presa di coscienza dei propri limiti mentali e operativi: tutto è ‘contato’ nella nostra vita, dai capelli del nostro capo (come insegna il Vangelo), alle risorse mentali ed emotive, alla forza fisica e alla capacità organizzativa.
- La convinzione che tutti siamo utili, ma nessuno necessario. La nostra persona, ripeteva spesso San Giovanni XXIII, non conta nulla.
- La convinzione che è sbagliato identificarsi con il proprio ruolo o con il proprio compito fino al punto di ritenere più o meno inconsciamente che nessuno è in grado di prendere il nostro posto e svolgere adeguatamente il compito che noi abbiamo svolto per tanti anni.
- Finalmente si può curare meglio la dimensione interiore della nostra vita, si può trovare il tempo per leggere, meditare e pregare. I sacerdoti quantitativamente sono diminuiti e da un punto di vista qualitativo il ministero è diventato più esigente. Si corre talvolta il rischio di ‘correre invano’, di essere superficiali, di non saper più distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è.
- La progressiva presa di coscienza che ciascuno di noi non vale tanto per quello che fa o produce, ma per quello che è, per le sue doti di mente e di cuore.
- La consapevolezza che ciò che conta è la nostra disponibilità personale fatta di calma, cortesia, attenzione e ascolto: testimonianze rarissime in chi è preso dall’ansia di fare e accumula tensione a causa di un lavoro continuo e frenetico.
Talvolta abbiamo bisogno di sentirci accettati, compresi e amati e questo ci spinge a lavorare troppo senza risparmiarsi. Siamo come perseguitati da un senso di disistima e di non accettazione di noi stessi, ciò che fece dire a Nietzsche: ‘il vostro amore del prossimo è il vostro cattivo amore per voi stessi….’. Non sono da escludere anche le tendenze narcisistiche, l’ambizione e la smania di protagonismo tra efficienza e successo. Inconsciamente ci può essere il rifiuto del ‘limite e della morte’. Diceva Otto Rank: ‘si può rifiutare il prestito della vita per non dover pagare il debito della morte’.
Con grande umiltà e con facilmente intuibili differenze, vorrei fare mie le parole di don Lorenzo Milani : 'Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Dio non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto' .
2025-03-22