
Carità 'umiliata' (2)
by don Aurelio
Spesso diciamo, con sincera empatia, "se fossi io al tuo posto", volendo così attraversare il ponte e la distanza che ci separa dall'altro, andando oltre il semplice compatimento.
Esiste un'empatia cognitiva, ovvero la capacità di comprendere il punto di vista dell'altro, i suoi pensieri e le sue intenzioni. C'è anche l'empatia affettiva, che è la condivisione emotiva dei sentimenti dell'altro (cfr. Martin Hoffman).
Immedesimarsi con l'altro richiede un ascolto attivo, sospendendo il giudizio e accogliendo l'esperienza altrui senza pregiudizi. Diceva Madre Teresa di Calcutta: "Se giudichi le persone, non hai il tempo per amarle..."
L'empatia e la carità sono un "collante sociale" per costruire relazioni sane, per superare i conflitti e per promuovere la giustizia sociale. Quando ci mettiamo nei panni di un'altra persona, siamo più inclini a capirne le ragioni. Il prendere le distanze dagli altri causa individualismo, isolamento, violenza, indifferenza.
Il metterci nei panni del prossimo significa scegliere l'invito evangelico: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te."
La "compassione" di Gesù si manifesta nel guarire i malati, sfamare gli affamati e piangere con chi piange, come per Lazzaro. Anche nel buddismo la "compassione-karuna" aiuta a superare l'egoismo e a riconoscere l'unità di tutti.
Occorre equilibrio tra vicinanza e riconoscimento della differenza tra me e gli altri, senza incomprensioni, conflitti e discriminazioni, immaginando di vivere noi in povertà, di subire discriminazioni razziali, di essere vittime di ingiustizie. Occorre vedere il mondo con gli occhi dell'altro e di... Dio. La cosiddetta "regola d'oro" eleva l'empatia a principio-guida per l'azione morale.
Anche nell'Islam la misericordia e la compassione: "rahma" sono l'identità di Allah e del credente che lo segue. Per noi cristiani, l'incarnazione di Dio in Gesù è l'estrema forma di "mettersi nei panni dell'altro", quindi non vivere la fede come rifugio identitario, ma come spinta alla relazione, alla cura dell'altro (che è il volto di Dio). Empatia significa: comprendere, immaginare (Matteo 7,1), reagire, agire...
Occorre praticare le opere di misericordia corporali e spirituali, ma talvolta è necessario dire di "No" a elemosine e assistenza: lo facciamo per il loro bene, guardandoli negli occhi (Papa Francesco), oppure per lavarci la coscienza?
Ormai si scambia la carità per elemosina e sempre meno abbraccia la giustizia. "La carità senza giustizia è una truffa" (don Milani). La carità non è una pacca sulla spalla, ma una dimensione di "cultura pensata", etica e morale. La passione deve emergere al di là della "burocrazia". La Bibbia è ricca di riferimenti all'aiuto verso i poveri, con umanità e con giustizia (Dt. 15,10, Tb. 4,7 e 12,8, Mt. 6 e Rm. 12). Riflettiamo sull'accattonaggio dovuto a ipocrisia o sfruttamento.
La carità-giustizia politica a servizio della "polis" non può sempre delegare le parrocchie, rendendosi così latitante nel dovere della giustizia sociale per cui i cittadini pagano le tasse. La carità non sempre riesce a rimuovere le cause sociopolitiche della povertà, riducendosi a elemosina e assistenzialismo, pietosamente buonista.
Come Chiesa, non possiamo accontentarci di essere profeti da sacrestia, distribuendo un euro, un panino, un vestito o una brandina ad ogni povero che viene in chiesa per fare accattonaggio, imbalsamati nelle nostre "buone" abitudini, incapaci di tendere a orizzonti nuovi, complici di una politica miope e di una condotta omissiva dei pubblici servizi sociali, invece di essere "certi di Dio e dal cuore in fiamme" (Padre Turoldo). Una Chiesa coerente e credibile testimonia anche ai musulmani che Gesù non è soltanto "un gran profeta", ma Dio (Madre Teresa di Calcutta).
"Preoccupatevi, lasciando questo mondo, non di essere stati buoni; questo non basta, ma di lasciare un mondo buono" (Brecht).
I sei milioni di poveri ci testimoniano che la carità-giustizia non si delega alle parrocchie: occorre invece una nuova prossimità consapevole e pensata. Educhiamoci alla parresia per denunciare situazioni di ingiustizia e per smascherare interessi funzionali all'assistenza sociale, anche di tipo psicologico e vecchio stampo "stile donna Prassede di manzoniana memoria".
Tutti coloro che svolgono servizi sociali a favore delle numerose povertà, sia vecchie che nuove, devono coordinarsi e mettersi in rete. Una cinquantina di anni fa, insieme a Padre Giorgio Novelli dei Padri Somaschi, abbiamo iniziato la Consulta cittadina del volontariato sociale. All'inizio le parrocchie sono state il "motorino d'avviamento"; attualmente, però, subiscono vendite in nero da parte di poveri furbescamente ben organizzati, a volte meglio delle associazioni di volontariato, e si sono ritirate sull'Aventino per varie ragioni, anche perché sprovvedute dell'iscrizione al RUNTS (dlgs 117/2017), il registro unico del terzo settore, tramite piattaforma informatica ministeriale.
Non giustifichiamo il nostro individualismo sociale con la legge sulla privacy: i poveri sfruttano abilmente questa nostra incapacità a collaborare nel sociale, sia tra parrocchie sia con associazioni laiche.
Non si può negare che, per secoli, le strutture ecclesiastiche abbiano sopperito alle mancanze dell'ente pubblico, offrendo cibo, rifugio e cure ai più fragili. Oggi però la tendenza di molti "politici" a delegare alle comunità ecclesiali questo compito solleva interrogativi profondi sulla responsabilità pubblica, sostenuta finanziariamente dai cittadini attraverso i tributi.
Questa delega, che è una comoda miopia strategica, è presentata ipocritamente come riconoscimento del "ruolo sussidiario" della Chiesa, trasformando la carità in assistenza e i diritti in concessioni e privilegi, attivando reti informali e il volontariato. È questo uno stato laico e democratico? L'assistenza ai poveri non è una "cosa da preti", anche se alcune telefonate lo farebbero pensare...
Non si tratta di escludere la Chiesa da questo impegno sociale a favore dei poveri, ma di rimettere al centro il ruolo pubblico dello Stato, delle regioni e dei comuni. Questa delega alla Chiesa contribuisce all'indebolimento progressivo dello Stato sociale, un vuoto riempito da attori non pubblici, spesso con risorse limitate e talvolta senza una competente capacità di programmazione corresponsabile tra pubblico e privato.
Siamo ormai arrivati a un sistema di welfare frammentato e inefficace, reattivo e focalizzato sull'emergenza. La Chiesa, pur offrendo un aiuto immediato e tangibile, non ha gli strumenti per implementare politiche sistemiche che affrontino le cause profonde delle povertà, come la disoccupazione, la disuguaglianza economica e la mancanza di accesso all'istruzione e alla sanità.
Questo spetta ai politici, che dovrebbero elaborare strategie per prevenire la povertà, promuovere l'inclusione sociale e non limitarsi a gestire gli effetti delle povertà. Collaborare con il terzo settore non significa delegare tutto e sempre, senza gestire le emergenze e senza eliminare le radici strutturali delle povertà: non è soltanto una questione di efficienza organizzativa.
2025-07-28