
Quando chi ti ferisce si fa vittima: un'analisi psicologica e cristiana
by don Aurelio
Le relazioni umane sono intricate, ricche di emozioni e spesso caratterizzate da fraintendimenti e conflitti. Quando una persona che ci ha ferito manipola la narrazione dei fatti, trasformandosi in ‘vittima’, il dolore si amplifica. Esplorare questa dinamica da un punto di vista psicologico e cristiano ci offre strumenti per comprendere e rispondere con maturità e amore.
Questa dinamica di vittimizzazione e di manipolazione spesso deriva dal bisogno di proteggere l’autostima. Chi manipola la narrazione lo fa per proteggersi dall’idea di essere responsabile. Riconoscere di aver ferito un altro richiede una dose significativa di autoconsapevolezza e maturità emotiva; non tutti sono in grado di affrontare la colpa senza sentirsi completamente svalutati. Fingere di essere vittima può diventare una strategia per sfuggire al confronto interiore. Alcune persone, specialmente con tratti narcisistici, non tollerano di essere viste sotto una luce negativa. Cambiare la narrazione dei fatti è un modo per garantirsi attenzione e supporto. Non è solamente autodifesa, ma un mezzo per ottenere compassione dagli altri, alimentando il proprio ego. Talvolta è un meccanismo di proiezione: attribuire agli altri le proprie colpe o i propri errori per alleggerire il peso psicologico della responsabilità. La persona che ci ha ferito potrebbe persino convincersi della propria innocenza, distorcendo i fatti. Questi meccanismi psicologici non giustificano il dolore inflitto. Forse, alla radice di tali atteggiamenti si trovano ferite irrisolte, insicurezze e l'incapacità di elaborare conflitti in modo sano.
La fede cristiana ci invita ad un’analisi ancora più profonda: l’amore per il prossimo e il desiderio di costruire relazioni autentiche si scontrano con la realtà del peccato e della fragilità umana. Gesù stesso disse: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32). Di fronte alla manipolazione, il primo passo è mantenere una salda connessione con la verità, sia nei fatti che nel cuore. Riconoscere ciò che è accaduto senza distorsioni è essenziale per non lasciarsi sopraffare dalle bugie altrui. La fede cristiana ci propone il perdono come scelta volontaria, che non dipende dalla giustizia o dal pentimento dell’altro. Tuttavia, ciò non significa accettare passivamente l’ingiustizia o ignorare il dolore. Il perdono cristiano è una scelta per liberarsi dall'amarezza e affidare il giudizio ultimo a Dio, ricordando le parole di Gesù sulla croce: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34). Il perdono non elimina la necessità di affrontare il conflitto in modo diretto e onesto, ma permette di farlo senza rancore. Un amore autentico, come quello che Cristo ci invita a vivere, cerca fraternamente la redenzione dell’altro. Anche quando l’altro si pone nella posizione di vittima, l’amore cristiano non risponde mai con odio o vendetta. Piuttosto cerca di voler bene anche a questa persona, con tutte le sue ferite e debolezze, senza però giustificare il male compiuto.
Affrontare queste situazioni richiede un equilibrio tra giustizia e misericordia:
- Il confronto diretto può essere un atto di amore, purché fatto con carità e senza accusare. Si può invitare l’altro a riflettere sui propri comportamenti, senza cedere alla tentazione di umiliarlo.
- Non bisogna permettere che la narrazione manipolativa ci definisca e ci isoli. Circondarsi di amici di fiducia e rimanere radicati nella verità aiuta a non sentirsi soli.
- La preghiera diventa un’ancora nei momenti di confusione e di dolore. Affidare a Dio le ingiustizie ricevute non significa arrendersi, ma riconoscere che non siamo chiamati a portare il peso del giudizio.
2025-08-16